Negli anni Settanta e Ottanta, la “Trattoria Vito” è stato il luogo in cui la Bologna della cultura si ritrovava. È fra quei tavoli - coordinati da Vito Pagani, da cui il locale prende il nome - che musicisti, artisti, attori e giornalisti, partorivano il loro pensiero creativo. Da Francesco Guccini a Lucio Dalla, da Giorgio Gaber a Fabrizio De Andrè, da Mario Merz ad Alighiero Boetti: tutti avevano il loro banco, con le consuete bottiglie di vino e i piatti tipici. Abbiamo intervistato Paolo Pagani, figlio del leggendario Vito.

Nel 1947, tuo padre rileva la trattoria da un suo zio che la gestiva dal ’33. Quando “Trattoria Vito” acquisisce la ormai nota connotazione musicale?

Tutto è cominciato con l’arrivo di Francesco Guccini. Gli anni ’60 stavano per finire e qui a Bologna, dopo la batosta elettorale, sembrava che la Democrazia Cristiana si fosse divisa in due. Avevano fondato un giornale nuovo, Il Foglio, intorno a cui si raccoglieva un sacco di gente. Si aveva l’impressione che la situazione stesse per cambiare, ma così non era. Guccini - insieme a questa covata di giovani - fu l’esca che portò in questa osteria gli altri. Ogni sera, “Trattoria Vito” diventava teatro di conversazioni intelligenti e tutte le volte si acquisivano conoscenze culturali nuove. I filosofi parlavano di filosofia, i giornalisti si scontravano sulle loro diverse posizioni, la politica era all’ordine del giorno. Oggi non è più così perché è la società a essere mediocre. Ma non abbiate paura, a ogni Restaurazione segue l’Illuminismo, è questione di tempo.

Dopo Guccini, arriva anche Lucio Dalla. L’atmosfera cambia?

Dopo Guccini, con l’arrivo di Lucio Dalla, la trattoria è cominciata a essere un posto frequentato principalmente da musicisti: ad esempio, se qualcuno cercava un bassista per il suo gruppo, veniva direttamente qui. Lucio, detto “il Maestro”, era un grande aggregatore umano, prendeva le persone e le raccoglieva intorno a sé. Il retro cucina del locale era letteralmente diventato il suo ufficio: il contratto di “Banana Republic” lo ha firmato lì e poi anche i seguenti perché Lucio era scaramantico.

Ti va di raccontarmi un aneddoto su quegli anni?

Te ne racconto tre. Nell’’82 io e Lucio Dalla siamo partiti insieme per gli Stati Uniti. Nel nostro girovagare, decidiamo di entrare in un negozio coreano e veniamo subito colpiti da alcune pillole di colore blu. Dato che costavano soltanto un dollaro, ne ho prese in quantità generosa come souvenir per gli amici. Tornati in Italia, ne regalo un po’ a F. il quale - stupito probabilmente dagli effetti - , si era subito informato su dove acquistarle: tempo breve e la sua segretaria era già alla volta di San Marino. “Ma poi se prendi la pillola e questa non viene, che fai?”, gli chiede Guccini. Io guardo quest’ultimo e scoppio a ridere. L’altro aneddoto riguarda l’inavvicinabile Carmelo Bene. Una sera, completamente ubriaco, si avvicina a Lucio Dalla ed esclama: “Maestro, io ho sempre desiderato che lei musicasse una mia commedia. Ne sarei onorato! Venga domani al Baglioni all’una e mezza”. Così Lucio si presenta all’appuntamento, ma dopo qualche ora va via senza neanche aver parlato con Carmelo Bene, impegnato tutto il tempo in una lunga telefonata. La sera si sono incontrati qui in trattoria: Carmelo non gli ha detto neanche una parola. Magnetico e magico, in Bene non esisteva una linea di demarcazione fra il vero e il finto, inoltre metteva in difficoltà qualsiasi persona avviasse un dialogo con lui.

E l’altro?

L’altro riguarda la mia famiglia. Ogni anno i miei genitori organizzavano la “Festa dei Pataluchi” (“Festa degli scemi”, n.d.r.) che non è una manifestazione ‘istituzionale’, bensì un evento totalmente nostro. All’epoca Bologna era comunista. Ricordo che arrivò un’emittente americana incuriosita da questa città che diceva di essere rossa e funzionante. In trattoria, c’erano circa duecento persone e quando la giornalista varcò la porta d’ingresso, la domanda “è una famiglia mafiosa?”, le sembrò chiaramente lecita: mio padre baciava tutti quelli che entravano e i bambini ballavano insieme agli adulti.

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