Anche il taglio di capelli dice l’anima, scriveva Niccolò Tommaseo fra le pagine dei suoi Pensieri morali. E chi, meglio di Marco “Orea Malià” Zanardi, è in grado di rendere visibile l’anima che si nasconde dietro a dei capelli anonimi, attraverso il rituale del taglio? Sin dall’antichità - fra mitologia e folclore - il simbolismo de "l’ornamento più ricco delle donne", attraversa ogni cultura e Orea Malià ne rappresenta una tappa importante.
L’ufficio del suo salone in via Ugo Bassi 15 è affollato di cd e popolato da libri. Quando Marco ci accoglie, la storia artistica e musicale di una Bologna anni ’80/’90 prende forma attraverso le sue parole e, come in un salto temporale stile Midnight in Paris, tutte le creature di Orea Malià si materializzano lì, davanti ai nostri occhi sognanti.


Dal 1978 Orea Malià esercita un particolare fascino, dentro e sulla testa. Da dove nasce l’idea per la creazione di questo salone?

L’idea nasce in modo spontaneo e naturale, è figlia del caso. Prima di intraprendere quello che è ancora oggi il mio lavoro, nutrivo il desiderio di diventare un musicista: a 8 anni suonavo il basso e avevo già una band. Quando all’età di 15 ho cominciato a lavorare, ho scelto di farlo nel negozio di dischi più grande in Italia, Messaggerie Musicali a Milano, rivale di Ricordi. Io lavoravo nel reparto 45 giri: uno spazio grande 200 mq in cui passavo otto ore al giorno. Per arrotondare poi, durante la settimana lavoravo in tre locali diversi: dal locale di spogliarelli Rayto De Oro al Nepentha. Ma è al Set Club che la mia vita ha preso una direzione diversa grazie all’incontro con Daniele Lui, noto Hairstilist di Milano, il quale mi invitò a fare il suo mestiere. Ma io in testa avevo soltanto la musica e ci volle un po’ di tempo prima che quelle parole prendessero piede nei miei desideri concretizzandosi poi in un corso serale seguito di nascosto dai miei genitori. Da quel momento comincia la mia avventura, fatta di apprendistato nel campo della moda e come assistente nei redazionali dei giornali di moda. Ma lavorare con i musicisti restava il mio principale obiettivo che prese forma con l’apertura di Orea Malià a Bologna.

Cosa ti spinge a lasciare Milano e a scegliere Bologna come destinazione?

Milano all’epoca era la città delle contestazioni e delle rivoluzioni, fatta di accerchiamenti, dove i ragazzi con l’eskimo si definivano comunisti e si scontravano contro i giovani vestiti bene. Ricordo che ogni sera, percorrendo la strada che collega via Monteleone a San Babila per andare a prendere la metro che mi riportava a casa, dovevo mettermi un fazzoletto sulla bocca a causa dei lacrimogeni. Era un momento particolarmente caldo, mentre Bologna rappresentava l’altrove sereno. Contrariamente a Milano, era segnata dall’entusiasmo: la gente ti ascoltava guardandoti negli occhi, voleva sapere e amava raccontarsi. Un’energia nuova si stava diffondendo per le strade, ed io ero fra quelli che facevano ero in ogni corrente dai fumettari ai musicisti fino a alla corrente musicale e artistica.

Bologna, la città dei cantautori. Frequentavi anche tu quell’ambiente? Quali i primi contatti con i musicisti?

No. Io ero un moderno futurista. Parliamo dei primi anni ’80 e andavo a New York e a Londra numerose volte all’anno: ero un fashion victim modaiolo e tutto ciò che riguardava il cantautorismo italiano non lo consideravo molto. Uno dei primi gruppi che ho incontrato, infatti, furono i Gaznevada. Andavo spesso nelle cantine a sentire le loro prove finché un giorno mi hanno fatto una proposta: di fare loro i capelli in diretta mentre si esibivano a Palazzo dei Congressi. A filmare tutto, su Rai 2. È così che sono nate le mie prime esperienze come designer di capelli con i gruppi musicali. Ma l’evento fondamentale del mio percorso è stato l’incontro con Guido Elmi. “Ho un giovane cantante molto bravo ma bisogna creargli un’immagine”, è con queste parole che mi introdusse Vasco Rossi. Ascoltai allora Albachiara e lo immaginai spettinato, come se avesse dormito un’intera notte negli scatoloni a Piazza Maggiore. Il giorno dopo, Vasco era nel mio studio: dal look rockettaro a quello di filosofo oggi, un sodalizio che dura da quarant’anni.

Bologna era una città molto internazionale negli anni ’80. Ce ne vuoi parlare?

Sono anni in cui a Bologna arrivava Boy George, Terence Trand D’Arby, ma anche Simon Le Bon lasciavano che gli tagliassi loro capelli per poi riprendere subito dopo l’areo. Durante quel momento storico molto importante per l’arte , in tre città del mondo nascevano le tendenze: New York, San Francisco e Bologna.
Sempre restando in ambito internazionale, lavorando al Festival di Sanremo, ho avuto modo di conoscere molti cantanti. Mi chiamavano principalmente per lavorare con gli artisti stranieri: Duran Duran, Whitney Houston, Europe, per citarne alcuni.
Sono convinto che oggi Bologna stia vivendo un nuovo rinascimento, aprendo le sue porte al mondo e nutro una piena fiducia nel cambiamento. 

Bologna anni ’80. Non solo città della musica ma dell’arte e della cultura in generale. Quali sono i tuoi ricordi?

Negli anni ’80 migliaia di studenti provenienti da tutta Italia hanno contribuito a creare un movimento culturale bolognese lasciando un segno indelebile. Andrea Pazienza è stato uno di loro. Ricordo simpaticamente che quando gli tagliavo i capelli, piangeva tutte le volte suscitando molta ilarità negli amici che lo accompagnavano. Ci restava male sì, ma continuava a venire. Avrei voluto rasargli la testa e lasciargli un ciuffo lungo sull’occhio ma niente. Il suo stile restava quello di un Ninetto Davoli. Reazione opposta quella di Francesca Alinovi: aveva un’acconciatura piuttosto classica finché non le mostrai una foto dei Siouxsie and the Banshees. Se ne innamorò a tal punto da volerli sempre più alti. Non le bastava mai. Fu lei a portare nel mio salone Keith Haring e Jean-Michel Basquiat. Non erano ancora conosciuti ma avevano già un’energia tale da far presagire il futuro successo e la fama. (Marco prende dallo scaffale il libro Altri libertini di Pier Vittorio Tondelli e mostra la dedica, n.d.r.) Censurato dal Vaticano, questo libro ha decretato il suo successo. Tondelli, su Orea Malià, ha scritto tanto, soprattutto in Un weekend postmoderno. Lui veniva qui, anche di sabato quando c’era più gente. Puntualmente, giunto il suo turno per lavare i capelli, mandava avanti gli altri: il suo unico interesse era quello di osservare quella che chiamava la fauna galattica di Orea Malià.

E oggi, cosa ascolta Marco “Orea Malià”?

Attualmente ascolto tutta la musica. A volte mi chiamano per le inaugurazioni dei locali come DJ, faccio un grande mix che va da Rita Pavone a Sakamoto fino Drake e agli Yamo: non escludo più nulla e mi piace tutto, compreso la musica delle orchestre di liscio. La contemporaneità e il guardare oltre è per me fondamentale e non va assolutamente sottovalutata. Amo la musica di David Sylvian e ascolto anche il rapper Desiigner, Jain, ma anche Koop ad esempio.
Un cantante oggi - per me - dovrebbe essere come un pugno nello stomaco che colpisce senza fare male. Originale, innovativo, dovrebbe sorprendere. È necessario selezionare molto e a lungo le nuove proposte, dopodiché occorre cucirgli un vestito addosso: fatto di carattere e personalità che non sia soltanto musicale ma anche estetica. 

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