Il battito cardiaco della Madre Terra che dà la sua approvazione a coloro che vivono su di lei: è con questa la definizione che, la nativa tribù Abenaki, spiegava la nascita del tamburo. Dai suoni primitivi a quelli contemporanei, c’è di mezzo una storia fatta di culture, di tradizioni e di evoluzione dello stesso strumento che ci porta - avvolti da un turbinio di ritmi - alla batteria attuale. Ma non una casuale, bensì a quella di Antonello Giorgi. Curioso, esteta, amante del bello e soprattutto batterista da sempre, il suono di Antonello Giorgi, racconta anche la storia del cambiamento musicale bolognese degli anni ’80. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare un po’ il suo percorso artistico.

Ho letto da qualche parte che John Bonham - batterista dei Led Zeppelin - aveva l’abitudine di percuotere ogni cosa sin da bambino. Anche tu hai avuto un simile inizio. Vuoi parlarcene?

Tutto è nato con Canzonissima. Ero davvero piccolo quando, durante la trasmissione televisiva , fui folgorato da un particolare delle orchestre della Rai: avevano sempre due batteristi. E così, come succede nelle più belle storie d’amore, rimasi completamente stregato dalla batteria tanto che - in mancanza dell’oggetto fisico - cominciai a suonare con i primi fustini del detersivo di mia madre. Io nasco come autodidatta, non ho mai frequentato il Conservatorio ma allo studio scolastico (Antonello Giorgi è diplomato all’Istituto odontotecnico, n.d.r.) ho sempre affiancato privatamente quello musicale, seguito da eccellenti maestri.

Dalla stagione dell’infanzia a quella dei primi esperimenti musicali durante l’adolescenza. È il momento degli incontri e delle band, è il tempo dei primi contatti con il pubblico. È l’occasione che determina il futuro.

Sì. La mia storia è legata a quella di Luca Carboni. Vicini di casa e amici sin dall’infanzia, cominciammo a fare musica insieme ad altri ragazzi di quartiere. Attratti e ispirati da tutto ciò che il panorama musicale ci offriva - dal cantautorato di Lucio Dalla a quello di Francesco Guccini, ma anche dal punk degli Skiantos e dal progressive degli Area, per fare qualche esempio rapido - negli anni ’70 fondammo il nostro primo gruppo, i Teobaldi Rock. Si trattava di un progetto davvero interessante e nel nostro piccolo, in grado di sposare la musica d’autore con un rock più ruvido: Luca Carboni è stato lo spartiacque, colui che ha dato vita a un nuovo modo di sentire, concepire, scrivere e partorire la musica.

Quali sono gli artisti che più ti hanno segnato i quegli anni? E oggi cosa ascolti?

Senza dubbio Lucio Dalla, Lucio Battisti e Pino Daniele, hanno rappresentato per me un punto di svolta. Lucio è stato colui che ha rivoluzionato la musica d’autore, con testi straordinari fatti di parole e intuizioni: ciò che cantava - accompagnato dal suono della musica degli Stadio - si concretizzava (come del resto anche ora) in immagini sublimi nella mia mente. Battisti era un visionario, un marziano della musica: precedeva le tendenze di almeno dieci anni ogni volta che faceva qualcosa. Pino, un autentico genio. Ha trascinato la cultura blues in quella partenopea in un modo così straordinario da generare qualcosa di mai sentito prima. Spostandoci dall’Italia, letteralmente sono stati - all’epoca - i Police. In questo preciso momento storico, mi piacciono molto due artisti i quali mi hanno letteralmente stregato: Calcutta e i Thegiornalisti. Trovo che si stiano muovendo un po’ come abbiamo fatto noi negli anni ’80.

Sei uno dei giudici della prima edizione del BMA - Bologna Musica d’Autore. Cosa senti di consigliare a un giovane cantante?

Di non tralasciare il testo. Il testo è importante perché la comunicazione musicale non è fatta soltanto dal suono, ma anche dalle parole. Una volta si era più attenti alla tematica del sociale, si scrivevano canzoni impegnate. Oggi la vita è cambiata, è più stressante e forse per questo motivo dalla musica vogliamo altro. Cerchiamo leggerezza, ma attenzione, non nell’accezione negativa: la musica deve arrivare subito, però sia la forma che il contenuto del testo, devono restare di valore e non cadere nella voragine della banalità.

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